Intervista ad Alberto Pagani, Direttore Scientifico di Fondazione Asfàleia
Docente e advisor nel settore della sicurezza, è stato parlamentare dal 2013 al 2022, commissione trasporti e telecomunicazioni, capogruppo in commissione Difesa, delegato NATO Parliamentary Assembly. Autore di diverse pubblicazioni in materia di intelligence, geopolitica, sicurezza nazionale e terrorismo, oggi è anche Direttore Scientifico di Fondazione Asfàleia. Questo il percorso politico e professionale che ha portato Alberto Pagani ad occuparsi di sicurezza.
Da deputato ha fatto parte della Commissione Difesa. Quanto la sua esperienza parlamentare ha influenzato la sua attuale visione della sicurezza privata?
Durante gli anni in Parlamento ho compreso quanto sia inefficiente utilizzare fino a 7.000 militari nell’operazione Strade Sicure per compiti che hanno ben poco a che fare con la difesa militare in senso stretto. È un impiego costoso e poco razionale, soprattutto in un contesto come quello attuale. Al tempo stesso, esiste un comparto di vigilanza privata che potrebbe essere valorizzato e integrato meglio nel sistema di sicurezza complessivo del paese.
Quali sono, a suo avviso, le normative più rilevanti – anche in progress – per rafforzare la cooperazione tra sicurezza pubblica e privata?
Ritengo che si debba declinare meglio il concetto di sicurezza sussidiaria – che non significa attribuire alla vigilanza privata un ruolo ancillare o compiti di secondaria importanza per la collettività. Occorre un cambio di mentalità, che dovrebbe maturare prima di tutto nella struttura burocratica del ministero degli Interni, di modo che i miglioramenti normativi possano venire di conseguenza.Quali modelli internazionali si potrebbero a suo avviso prendere ad esempio per migliorare l’interazione pubblico-privato nella sicurezza?
Credo che ogni paese presenti delle peculiarità e debba trovare la propria strada senza replicare modelli basati su retroterra culturali distinti. Tuttavia penso che paesi come la Gran Bretagna abbiano saputo creare un volàno di sviluppo economico migliore del nostro rispetto al settore della sicurezza privata. I dati lo dimostrano.
Come Fondazione Asfaleia — e con lei come Direttore Scientifico — quali obiettivi possiamo porci nei prossimi anni per dare un contributo alle politiche di sicurezza privata?
La Fondazione non svolge attività di lobbying e per essere credibile deve rispettare i criteri di obiettività e neutralità scientifica. Sono però convinto che analizzare i dati in modo serio e fornire informazioni corrette al decisore politico possa aiutare il legislatore a prendere decisioni più autonome rispetto alle burocrazie ministeriali, che a volte ragionano anche per tutelare degli ambiti di potere.
Guardando al futuro, quale dovrebbe essere, a suo parere, il nuovo paradigma della sicurezza in Italia? Più tecnologia, più formazione o più cultura della sicurezza?
Ora che i contratti di lavoro sono stati rinnovati e gli operatori percepiscono retribuzioni migliori, bisogna corrispondere allo sforzo economico delle aziende con l’innalzamento della professionalità e delle competenze degli operatori per fornire un servizio più qualificato – e pagato adeguatamente.
La formazione deve servire non solo a migliorare le competenze operative, ma anche a saper utilizzare in modo più efficace le nuove tecnologie — che evolvono molto più rapidamente dei contratti e delle prassi del settore. Molti clienti degli istituti di vigilanza, ad esempio, sottovalutano ancora minacce emergenti come l’uso improprio dei droni o le vulnerabilità digitali.
