Intervista a Maria Cristina Urbano, Presidente di ASSIV
Per la prima volta, a mia memoria, la sicurezza privata si compatta sotto l’egida di Fondazione Asfaleia. Che cosa ha reso possibile il superamento di vecchi steccati e personalismi? E quale valore aggiunge, rispetto alle associazioni tradizionali, un terreno di dialogo indipendente come la Fondazione?
Non so se i personalismi siano davvero venuti meno, ma è certo che il momento di difficoltà che il comparto sta attraversando, sotto molteplici profili, ha agito come leva per unire le forze verso un obiettivo comune. Il mondo della sicurezza sta cambiando profondamente, spinto dall’innovazione tecnologica. Tuttavia le imprese si trovano strette tra una normativa di settore ormai non più al passo con i tempi, un mercato – in particolare quello pubblico – che non riconosce corrispettivi adeguati agli attuali livelli salariali, e la carenza di nuove professionalità disposte a intraprendere un lavoro impegnativo e poco valorizzato, né socialmente né dalle istituzioni.
La Fondazione rappresenta un terreno neutrale, un luogo in cui gli stakeholder del settore possono mettere a fattor comune competenze ed esperienze per sviluppare progetti condivisi, senza rinunciare alla propria identità e alla propria specificità.
Su quali obiettivi comuni minimi il settore sta oggi convergendo? Ci sono priorità condivise che
stanno emergendo al di là delle appartenenze associative?
Rispondo citando il primo risultato concreto del lavoro comune: una proposta di modifica al Decreto Ministeriale 269 del 1° dicembre 2010, finalizzata a eliminare alcune lungaggini dei procedimenti amministrativi che gravano su IVP e GPG. Si tratta di adempimenti che rendono particolarmente complessa e rallentata l’organizzazione aziendale degli istituti, talvolta limitandone significativamente le attività e impedendo risposte tempestive alle esigenze del mercato.È stato un lavoro accurato e condiviso, pur non essendo di ampia portata. Una sorta di prova generale di ciò che, con metodo e collaborazione, potremo realizzare in futuro.
Fondazione Asfaleia è nata nel 2021, ma in quattro anni il contesto globale (sicurezza inclusa) è radicalmente cambiato. Quali sono le sfide principali con cui oggi deve misurarsi la vigilanza privata e in che modo queste sfide possono essere affrontate anche sul piano culturale?
A mio avviso, oggi più che mai è necessaria una reale integrazione tra pubblico e privato. Le imprese che operano nella sicurezza, armata e disarmata, costituiscono una risorsa strategica per il Paese. Lo Stato, cui spetta il compito di tutelare il cittadino e l’ambiente in cui vive e opera, dovrebbe incentivare il ricorso alla sicurezza privata attraverso misure fiscali dedicate e interventi normativi che amplino, per il settore della vigilanza, il perimetro delle attività svolte in forma complementare e/o sussidiaria alle forze dell’ordine.Ritengo che l’intero impianto normativo che disciplina il rapporto tra sicurezza pubblica e privata debba essere rivisto, riconoscendo l’impatto dello sviluppo tecnologico odierno. Le nuove tecnologie, se utilizzate correttamente, permettono all’operatore di sicurezza di svolgere, in maniera efficace, un ventaglio più ampio di attività, che spaziano dalla security alla safety.
Anche il profilo reputazionale del settore richiede un lavoro profondo e continuativo di costruzione. È probabilmente la sfida culturale più complessa: richiede tempo, coerenza e un impegno costante da parte degli imprenditori.
Anche la nascita della Consulta dei Servizi, che riunisce 19 associazioni e 4 filiere, è un segnale di convergenza. A che punto siamo sul fronte della revisione prezzi negli appalti e quali rischi corre il settore se la battaglia non dovesse andare in porto?
La Consulta dei Servizi rappresenta un esempio significativo di aggregazione spontanea e trasversale, capace di riunire un numero molto elevato di associazioni del terziario, tutte realtà che, in diversa misura, operano in settori altamente labour intensive. Il nodo comune è quello degli appalti pluriennali, che non trovano nella normativa attuale risposte adeguate per il necessario adeguamento dei corrispettivi durante il periodo di esecuzione. Questa criticità ha spinto le associazioni di categoria a unirsi con l’obiettivo di richiedere una revisione normativa e regolamentare che possa finalmente offrire una soluzione strutturale.Al momento, la Consulta ha ottenuto l’istituzione di un tavolo di lavoro presso il MIT, incaricato di elaborare indici di adeguamento cui le stazioni appaltanti dovranno fare riferimento. È un passo importante, ma il lavoro da fare è ancora molto: senza strumenti efficaci per riportare in equilibrio le gare di appalto pluriennali, il rischio è di vedere un numero crescente di imprese di servizi costrette ad abbandonare il mercato, impossibilitate a proseguire l’attività con margini sempre più ridotti, quando non in perdita.
Domanda birichina: cosa servirà per rendere questa compattezza strutturale?
La domanda non è affatto birichina, ma semplicemente datata. Il nostro settore non è di grandi dimensioni e l’eccessiva frammentazione – accompagnata da una forte personalizzazione della rappresentanza – finisce per indebolire la capacità di esercitare una pressione efficace nei confronti degli interlocutori istituzionali, politici e sindacali. Allo stesso tempo, questa dispersione riduce l’attrattività associativa per le imprese del settore, in particolare per quelle che erogano servizi di sicurezza disarmata.Non siamo l’unico comparto a soffrire di questa moltiplicazione di sigle, ma uno sforzo di razionalizzazione sarebbe necessario. Almeno nell’ottica di ridurre il numero delle organizzazioni all’interno delle tre grandi confederazioni riconosciute: Confindustria, Confcommercio e il Sistema Cooperativo.
